È uscito in gennaio 2017 per «Brilliant Classics» il mio doppio c.d.

GIOVANNI BATTISTA PESCETTI

Complete Keyboard Music

registrato a Venezia sugli organi “Nacchini” di S. Giorgio Maggiore e di S. Cassiano






Concerti di presentazione ufficiali a Venezia:
27 maggio 2017 ore 21, chiesa di S. Cassiano
23 settembre 2017 ore 18, basilica di S. Giorgio Maggiore




PRESENTAZIONE


In occasione del bicentenario della morte di Giovanni Battista Pescetti (1704-1766), il musicologo italiano Francesco Degrada auspicava la generale necessità di un miglior inquadramento critico dei musicisti cosiddetti minori, con particolare riferimento alla musica strumentale italiana ed europea e in particolare ai compositori di sonate. Egli, collocando il compositore veneziano «di buon diritto tra i minori artisti del Settecento», coglieva dunque l'occasione per presentare un'analisi critica della sua produzione cembalo-organistica in un breve ma puntuale saggio cui rimandiamo il cortese lettore. [cfr. F. Degrada, Le sonate per cembalo e per organo di Giovanni Battista Pescetti, in «Chigiana», XXIII, pp. 89-108, Olschki, Firenze 1966]. Questa produzione discografica è nata dall'iniziativa di Paolo Bottini nella ricorrenza del 250° anniversario della morte del compositore veneziano.


Giovanni Battista Pescetti nacque a Venezia nel 1704 da Giacinto Pescetti, a sua volta figlio di un Giovanni Battista senior che nel 1694 figurava attivo nella basilica veneziana di San Marco quale restauratore degli organi. Il 4 luglio di quello stesso anno Giacinto veniva nominato conservatore stabile degli organi della basilica, incarico che mantenne fino al 1755. Secondo quanto scrive lo storico Jean-Benjamin De La Borde nel 1780, Giovanni Battista Pescetti, come saggio a coronamento del corso degli studi con Antonio Lotti, compose una messa che gli valse gli apprezzamenti di Johann Adolf Hasse (evento che potrebbe collocarsi dopo il 1723 e al massimo entro il 1727, anni nei quali il compositore sassone, rispettivamente, giunse in Italia e poi venne nominato maestro di cappella dell'Ospedale degli Incurabili a Venezia). L'esordio del giovane Pescetti come operista avvenne nel 1725 nel Teatro San Salvatore di Venezia con il dramma per musica Nerone detronato e certo dovette, negli anni seguenti, riportare successi non indifferenti se nel 1730 ricevette l'incarico, dal cardinale di nobili origini veneziane Pietro Ottoboni, di mettere in musica a Roma il Constantino Pio, festa teatrale in occasione della nascita del Delfino di Francia. È quasi certamente nel 1734 che Pescetti si recò a Londra: qui nel 1737 fu nominato direttore del Covent Garden al posto di Nicola Porpora e nel 1738 del King's Theatre, producendo in tutto sei nuove opere e collaborando anche a due pasticci. Ritornato in Italia al più tardi nel 1747, continuò la carriera di operista a Venezia e in altre città (Firenze, Siena, Reggio Emilia, Milano, Padova). Nel 1752 lo troviamo tra i concorrenti al posto di primo organista della basilica di San Marco a Venezia, incarico che invece ottenne Ferdinando Gasparo Bertoni; dieci anni più tardi Pescetti dovrà accontentarsi di diventare secondo organista della basilica, grazie all'intercessione dell'amico e vecchio compagno di studi Baldassarre Galuppi da poco nominato maestro di cappella. Nel 1760, inoltre, Pescetti concorse a Firenze per il posto di maestro di cappella del Duomo, dell'oratorio di S. Giovanni Battista e della Corte Granducale di Toscana, rimasto vacante per la morte di Giuseppe Maria Orlandini: l'ambito incarico (che avrebbe pure assecondato il desiderio della moglie, Maria Rosa Mancini, di ristabilirsi nella propria città) fu invece conferito, seppur interinalmente, a Giovanni Nicola Ranieri Redi, nonostante l'intervento dell'economista e letterato veneziano Gian Maria Ortes che sollecitò un'intercessione del comune amico Hasse presso l'imperatore Francesco I di Lorena. Apprezzato anche come didatta, specialmente a Venezia, Pescetti sembra che possedesse il famoso clavicembalo che Domenico da Pesaro costruì per Zarlino nel 1548: Charles Burney, infatti, afferma di averlo visto in casa della vedova del compositore a Firenze nel 1770.


L'opera tastieristica di Pescetti è costituita principalmente da due raccolte di sonate per cembalo: 1) nel 1739 apparivano a stampa a Londra nove Sonate per gravicembalo / Nuovamente Composte / e in segno d'ossequiosa Gratitudine / dedicate / all'Illustrissima Signora Grazia Boyle / Degnissima ed unica Figlia dell'eccellentissimo lord viceconte shanon / dal suo / Umilissimo et / obligatissimo Servo giovambattista pescetti; 2) una serie di sei sonate (composte entro il 1756, dato che l'ultima di esse apparve in quell'anno a Norimberga in una raccolta a stampa miscellanea) oggi conservate, in elegante manoscritto vergato da un certo F.Z., a Dresda presso la Sächsische Landesbibliothek. A ciò si aggiungono quattro Sonate da Organo custodite manoscritte (autografe, a detta di Degrada) nella Biblioteca del Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, provenienti dall'Archivio di Cà Giustinian, pubblicate per la prima volta nel 1962 dalla Editrice S.A.T. di Verona a cura di Sandro Dalla Libera.


La stampa del 1739, oltre ad essere annoverata tra le poche edizioni di sonate di autori italiani apparse nella prima metà del secolo, costituisce il segno tangibile di una certa notorietà raggiunta dall'autore nel campo del melodramma: lo conferma il fatto che alle nove sonate vere e proprie sono aggiunti in appendice alcuni, per così dire, greatest hits tratti da melodrammi dello stesso Pescetti, tra i quali un adattamento cembalistico dell'ouverture dell'opera Il vello d'oro (che pure figura eseguita al clavicembalo in questa registrazione tutta organistica). Circa la dedicataria della raccolta londinese, possiamo precisare trattarsi di Grace Boyle, figlia unica ed erede dell'ufficiale e uomo di stato britannico Richard Boyle, Secondo Visconte di Shannon, il quale il 17 luglio di quel 1739 veniva promosso al grado di field marshal (il più alto nell'esercito britannico dal 1736): possiamo supporre che la dedica fosse un atto di ossequio nei confronti della sedicenne Grazia (il padre contrasse seconde nozze nel gennaio del 1720 e l'unica figlia gli nacque nel 1723), forse già allieva di Pescetti o comunque nel desiderio del compositore di ricevere favori dal neo-feldmaresciallo Boyle. Ad ogni modo, è interessante notare come nel marzo sempre di quel 1739 al teatro londinese di Covent Garden si dava l'opera Angelica e Medoro del Pescetti sotto gli auspici dell'impresario Charles Sackville, Secondo Duca di Dorset e Earl of Middlesex, il quale il 30 ottobre del 1744 avrebbe sposato proprio la nostra Grace Boyle.


Per quanto concerne lo stile delle sonate di Pescetti, in quelle a stampa londinesi possiamo riconoscere un documento del passaggio dallo stile barocco verso quello galante: l'articolazione dei tempi rispecchia il susseguirsi di danze da suite, benché solo in un paio di casi vengano riportati i nomi propri, ovvero Menuett e Giga; pur abbondando discorsi contrappuntistici, inoltre, non mancano episodi di pura melodia accompagnata, frasi simmetricamente giustapposte e tipici procedimenti pre-galanti quali riprese in eco di frammenti melodici e doppia cadenza; in queste sonate del 1739 è, infine, certamente ben presente, anche se in maniera superficiale, la lezione di Händel: in proposito, infatti, il Burney annotava una certa fragilità del contrappunto pescettiano, pure mal supportato dall'invenzione di soggetti non particolarmente originali, nemmeno nell'ouverture Pescetti sarebbe riuscito a dare una convincente imitazione dello stile händeliano, inoltre, sottolineava il Burney, se al tempo in cui egli scriveva questi suoi giudizi (1789) l'ascoltatore avrebbe comunque potuto trarre un certo diletto da queste composizioni, probabilmente il conoscitore di musica coevo a Pescetti non avrebbe faticato a riconoscere la netta supremazia di Händel, soprattutto per quanto concerne l'uso più ricco dell'armonia.

Composte all'incirca quindici anni dopo quelle londinesi, è naturale che le sonate del manoscritto di Dresda abbiano risentito delle caratteristiche del pieno stile galante, essendo ormai quasi del tutto assente il contrappunto a favore di un gusto prettamente melodico-armonico nel quale abbonda il basso albertino, l'armonia si distende in ampie parabole, gli stessi espedienti tecnici di semplificano, il tutto verso la direzione del sentimentale, del grazioso, dello scorrevole. È il Pescetti che si colloca tra l'ultimo barocco di un Benedetto Marcello e i “progressisti” quali Domenico Scarlatti, Baldassarre Galuppi o Domenico Alberti, pur dimostrando di non raggiungere, ad esempio, quella libertà di fantasia, quell'intuizione estrosa e geniale, quella suprema eleganza e finezza oppure quelle bizzarrie umoristiche che saranno invece presenti nei citati compositori, a cui possiamo aggiungere ancora, ad esempio, un Giovanni Benedetto Platti.

Per quanto riguarda, infine, le sonate del manoscritto veneziano, sono le uniche espressamente dedicate all'organo (non solo per il titolo, ma anche per alcune esplicite indicazioni richiedenti l'utilizzo del pedale) e possiamo, forse, considerarle creazioni precedenti la partenza di Pescetti per Londra. Si tratta sostanzialmente di bicinia gradevolmente scorrevoli che ben si prestano ad essere concertati con una certa varietà di registri.


Concludendo, possiamo convenire col Degrada quando afferma che il veneziano Giovanni Battista Pescetti possa collocarsi «di buon diritto tra i minori artisti del Settecento in grazia di una vena tutta sua di casto e contenuto lirismo che sboccia spontaneo e suadente dalla trasparente chiarezza dei suoi adagi e s'impone per una qualità espressiva peculiare e inconfondibile. L'esperienza del compositore vocale sostiene felicemente la mano dello strumentista nell'invenzione di purissime melodie che si librano terse, nei movimenti lenti, su un'essenziale trama armonica, vivificata talora da sommessi disegni complementari alla linea del canto e completamente affidata al continuo, senza che nessun elemento di troppo venga a turbare il compiuto equilibrio della scrittura. In questi momenti di grazia il Pescetti, al di là delle regole e degli schemi, sa ritrovare una sorta di incontaminata ingenuità che gli suggerisce accenti di un'autentica, seppur tenue poesia [tali da far scorgere], nella sua sentimentalità languidamente e sensualmente abbandonata, nell'amabilità cordiale e nella sua raccolta malinconia, il segno della sua appartenenza al mondo spirituale e morale dell'Arcadia, di cui interpretò nelle composizioni vocali e nelle migliori sonate per cembalo l'intima vocazione lirica».


La scelta di Paolo Bottini di eseguire all'organo anche le sonate per clavicembalo di Giovanni Battista Pescetti non si dimostra inefficace, persino nell'interpretazione dei passi più squisitamente cembalistici, a motivo della intrinseca espressività del melodizzare pescettiano, anzi il tutto sembra a volte essere esaltato dalla varietà e raffinatezza fonica di cui sono capaci gli strumenti scelti (entrambi coevi all'autore), per non parlare della favorevole naturale acustica delle rispettive chiese, in particolare quella generosa e suggestiva di San Giorgio Maggiore, nonché della possibilità di sfruttare in maniera indipendente due piani sonori sulle due tastiere dell'organo di San Cassiano, avendo le quali sarebbe stato un peccato non approfittare per rendere alla perfezione effetti d'eco suggeriti da alcuni passaggi in cui vi sono brevi incisi ripetuti (espediente, peraltro, utilizzato anche in San Giorgio con il semplice gioco togli/metti dei registri, il rumore dei quali è riconoscibile in diversi punti della registrazione, così come in San Cassiano).


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RECENSIONI



Recensione di Graziano Fronzuto su "LiberExit"


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[Recensione di Luigi Fertonani su "Brescia Oggi", 14 marzo 2017]
Per realizzare l'interessantissimo integrale delle musiche per tastiera di Giovanni Pescetti, Paolo Bottini sceglie due organi Nacchini a Venezia, quello di San Giorgio Maggiore e quello di San Cassiano per il secondo disco, oltre al clavicembalo dell'auditorium di Corte de' Frati. Non convenzionale e decisamente felice la scelta dei registri che permette un particolare risalto dei temi di questo straordinario repertorio del compositore settecentesco, composto da Sonate che seguono per gran parte la forma tripartita con interessanti eccezioni. Un discorso che vale per la Sonata n. 2 in re maggiore, conclusa da una rapida Giga.


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[Recensione di Johan van Veen su Music Web International]
Quando i musicologi etichettano qualche compositore come “minore”, c'è davvero una buona ragione per essere sospettosi. Più spesso che no, un tal compositore è giudicato da un punto di vista storico; spesso i “compositori minori” erano molto apprezzati al loro tempo. Nel caso di Giovanni Battista Pescetti l'etichetta sembra più o meno giustificata. La sua carriera può essere descritta come piuttosto modesta: è significativo che già nel 1752 egli si candidasse per il posto di secondo organista di San Marco, ma ottenesse la convocazione solo dieci anni più tardi.

Venezia era anche la città dove Pescetti era nato e dove ricevette un'educazione eccellente da Antonio Lotti, compositore di gran fama. Suo compagno di studi fu Baldassare Galuppi e i due lavorarono assieme nella composizione e revisione di opere. La gran parte del lavoro di Pescetti consiste in opere, di cui la gran parte purtroppo è perduta. Come molti altri strumentisti e compositori si stabilì a Londra, dove debuttò come clavicembalista nel 1736. L'anno successivo subentrò a Nicola Antonio Porpora come direttore dell'Opera dei Nobili, compagnia antagonista di quella di Haendel. Dopo il suo fallimento, Pescetti rimase a Londra, componendo opere e contribuendo a “pasticci”. Nel 1739 pubblicò una raccolta di nove sonate per tastiera, comprensiva anche di alcune trascrizioni di alcune sue arie d'opera. Nel 1747 tornò a Venezia.
Oggi Pescetti è noto esclusivamente per la sua musica per tastiera. La Sonata VI in do min (CD 2, tracce 16-18) è il suo lavoro più noto. Ricordo bene che, durante la mia gioventù, quando la pratica delle esecuzioni filologiche non aveva ancora preso piede, gli organisti includevano talvolta questa sonata in programmi di pezzi “popolari”. Questo ci dice qualcosa del suo carattere; e, più in generale, di quello della musica per tastiera di Pescetti.

Questa coppia di c.d. si dichiara comprensiva di tutti i lavori per tastiera. Si apre con le nove sonate del 1736; […] il secondo disco [è] dedicato ad una raccolta di sei sonate tra cui anche la Sonata in do minore citata prima (è l'ultimo brano eseguito). Queste sei sonate sono conservate nella Sächsische Landesbibliothek di Dresda; non sono pubblicate e ci sono pervenute in copia manoscritta da un certo F.Z. È singolare che un'altra copia sia conservata a Venezia, presso il Conservatorio di Musica Benedetto Marcello; in questa copia, però, le sonate hanno un ordine diverso. Il conservatorio possiede anche una copia degli altri quattro pezzi, pubblicati la prima volta nel 1962 da Sandro Dalla Libera.

Il numero dei movimenti varia da due a quattro, secondo un ordine variabile. La Sonata n. 1 i mi (CD 1, tracce 1-3) si pare con un adagio, seguito da un allegro e da un minuetto con variazioni. La Sonata n. 3 in sol minore ha tre movimenti, secondo la scansione del concerto italiano: allegro, adagio, allegro. Le variazioni erano una forma molto popolare alla metà del Settecento. La Sonata n. 4 in mi bemolle dalla raccolta di Venezia (CD 2, tracce 12-13) è in due movimenti; il secondo è un allegretto con variazioni, con l'indicazione di “grazioso”.

Charles Burney, giornalista e storico della musica inglese che aveva sempre un'opinione su tutto e tutti, fu critico nei confronti di Pescetti: secondo lui mancava di fuoco e autentica fantasia inventiva. Certo, queste sonate non sono capolavori di cui non si potrebbe fare a meno. Tuttavia, sono sicuramente molto gradevoli da ascoltare e registrano anche momenti di vero interesse. Uno di questi è il movimento di apertura della Sonata n. 5 in do minore (CD 1, traccia 14): non ha indicazione di tempo, ma si ispira ai ritmi puntati dell'ouverture alla maniera francese. Due movimenti tra i più belli sono gli adagi dalla Sonata n. 4 in la (CD 1, traccia 11) e dalla Sonata n. 8 in do (CD 1, traccia 24). Molto gradevole è anche, a chiusura della Sonata n. 1 in mi (CD 1, traccia 24), il minuetto con variazioni. La Sonata n. 7 in sol si apre con uno “spiritoso” (CD 1, traccia 20) che include anche qualche toccante progressione armonica. Queste sonate recano già la traccia forte dello stile “galante”, per esempio nel rilievo dato alla mano destra; la sinistra continua però ad avere qualche spunto indipendente, a differenza di quanto si verifica nelle sei sonate del secondo disco. Queste sono più tarde e, in esse, la mano sinistra è relegata all'accompagnamento; qui troviamo i bassi di Alberti, così frequenti nella musica per tastiera a partire dalla metà del XVIII secolo.

Ad eccezione delle trascrizioni dalle opere, tutti i brani del doppio CD sono suonati all'organo, nonostante siano chiamati “sonate per clavicembalo”. Non c'è d'altronde nessuna obiezione di sostanza contro una loro esecuzione all'organo; anzi, esse risultano assai belle suonate così. È lecito chiedersi dove e quando questi pezzi venissero suonati in un'epoca in cui i concerti pubblici erano una rarità. In Italia, esse potevano essere suonate durante la messa: nel corso del XVIII secolo si assiste ad un incremento progressivo nell'uso della musica laica in contesto liturgico. È interessante notare che le sonate del 1739 furono pubblicate a Londra, ma con un titolo italiano: questo suggerisce che fossero eminentemente indirizzate al mercato italiano. E questo giustifica l'uso di organi italiani in questa registrazione. Sembra trattarsi di strumenti accordati secondo un temperamento inequabile e il risultato è che, qua e là, emergono peculiarità armoniche singolarmente gradevoli. L'acustica crea qualche volta dei problemi, specie nei movimenti veloci, come nel “presto” che chiude la Sonata VI in do minore.

Questa è la prima registrazione integrale dei lavori per tastiera di Pescetti e già questo rende il doppio c.d. un'aggiunta molto gradita alla discografia. Prima di questa uscita, solo la raccolta del 1739 era disponibile in una registrazione di Filippo Emanuela Ravizza (Concerto, 2011), non comprensiva comunque della Sonata n. 10. Non conosco questa registrazione, ma il fatto che Ravizza suoni le sonate su un clavicembalo la rende un'alternativa interessante al doppio c.d. Brilliant. Paolo Bottini è un ottimo esecutore; ed è lui a fare la gran parte della qualità dei pezzi eseguiti. No, questi brani non sono capolavori; ma questi due dischi mi sono davvero piaciuti, anche grazie alla coinvolgente interpretazione di Bottini e alla sua scelta di splendidi organi storici.



DEBUSSY à l'ORGUE
Œuvres pianistiques et orchestrales
en version orgue seul par Paolo Bottini
:
un c.d. pour célébrer le premier centenaire de la mort (1918)
du grand musicien français